”QUANDO AGNELLI MI TROVÒ A LETTO CON DUE UOMINI” – MARINA RIPA DI MEANA SHOW: VI RACCONTO LA MAI VITA AVVENTUROSA

Carmelo Bene a duello col principe Lilio Ruspoli, Alberto Moravia col «braccin curt», Goffredo Parise che s’innamora della figlia del fabbro, il pittore Franco Angeli che la massacra di botte, la minaccia con una pistola, rischia l’overdose, viene salvato da Renato Guttuso. Gianni Agnelli che la trova a letto con due uomini… Roberto Gancia che la mantiene al Grand Hotel… La Roma degli artisti della Dolce Vita e l’Italia degli industriali che ancora facevano follie per le donne… Marina Ripa di Meana c’è sempre, testimone, vittima, protagonista di tempi irripetibili. Sui suoi primi quarant’anni, i Vanzina hanno girato un film. Dopo, lei non si è rassegnata alla fine dell’età degli eccessi. Ha rovesciato pipì su Vittorio Sgarbi, lanciato una torta in faccia a Maurizio Costanzo.


Marina Ripa di Meana, da 34 anni marchesa per matrimonio con Carlo Ripa di Meana, è nata Punturieri figlia di avvocato romano, è stata duchessa Lante della Rovere finché un giudice non le ha vietato di portare il cognome del primo marito. Ha molto vissuto e non smette di raccontarsi, anche ora che ha 76 anni, e da 16 lotta con un cancro. Tre operazioni ai polmoni, un rene in meno. Quattordici libri, che non riescono a contenere tutto. L’ultimo, appena uscito per Mondadori, Colazione al Grand Hotel – Moravia, Parise e la mia Roma perduta. «Avrei voluto scriverlo più lungo», sospira, «ma ho avuto un’estate piena, ero in chemio, e sono anche stata a Cortina, Ischia, Sabaudia, alla Mostra del Cinema di Venezia. Roba da fare invidia a uno sano. E intanto scrivevo» (sopra il titolo, Marina Ripa di Meana in una foto LaPresse. Sotto, nella foto dall’archivio Rcs, Marina al Grand Hotel di Roma negli anni ‘70 con Alberto Moravia).

Questo libro è tutto sui suoi «Dioscuri», i «figli di Zeus» Alberto Moravia e Goffredo Parise. Metà anni ’60, vi vedevate ogni giorno a colazione al Grand Hotel di Roma. Ed era vietato parlare di letteratura. Perché?

«Non avevo mai letto Parise e avevo letto poco di Moravia, giusto i libri che a casa mia erano all’indice. Quelli un po’ pruriginosi. Parlare di letteratura, per me, sarebbe stato un totale imbarazzo. Ma loro dicevano che uno può essere ignorante, però intelligente. Solo che io li ascoltavo e mi sentivo solo cretina. Mamma me lo diceva sempre che ero cretina, che non leggevo, che non avevo voluto fare neanche il liceo».

Non sia modesta. Perché Parise e Moravia, suoi testimoni di seconde nozze, pendevano dalle sue labbra?

«Erano curiosi dei miei amori, della vita che passava nel mio atelier di Piazza di Spagna, dei pettegolezzi sulle signore di Roma che vestivo. Vedevano in me, forse, l’intenditrice di vita».

Il primo giorno che vi vedeste da soli, Moravia ci provò.

«Mario Schifano era stato arrestato per droga. Io stavo con Franco Angeli che mi pregò d’intercedere con Moravia. Aveva capito che gli stavo simpatica e lui era già potente e in odore di Nobel. Infatti, Moravia si mosse con un avvocato e Schifano fu scarcerato. Il giorno in cui venne a casa a parlare del da farsi, Moravia mi mise la mano sulla patta e mi disse: “Senti quanto è duro”. Mi misi e ridere e svicolai. Ero troppo innamorata di Angeli ed ero attratta solo da uomini belli e giovani. Avrò avuto 27 anni, lui 60: ai miei occhi era un vecchio signore».

Con quali soldi lei ha vissuto al Grand Hotel?

«Ero spesata dall’industriale Roberto Gancia, detto “Sgancia”. Si era innamorato di me ed era bello, alto, playboy. Erano tempi in cui gli uomini facevano ancora follie per le donne. Un giorno, ero nella villa sull’Appia dove avevo vissuto con Angeli, davo una colazione per gli amici, Gancia incluso, e fra argenti e cristalli, cercavo di fare charme. All’improvviso, piombò la proprietaria di casa urlando che c’erano affitti arretrati. Io credevo che l’affitto lo pagasse ancora Angeli, capisce? Allora, Gancia mi disse che dovevo trasferirmi al Grand Hotel. Traslocai con mia figlia Lucrezia, il cane Banana e il mio intero entourage, perché nel frattempo Gancia si era offerto di ristrutturare il mio atelier, perciò i vestiti li producevo e vendevo in hotel. Poi mi procurò un grosso contratto di Prêt-à-porter col Giappone, col quale mi sono comprata la villa che ho in Umbria» (sotto, Marina sulla copertina di Playmen per i suoi 50 anni).

E lì al Grand Hotel, riceveva i suoi Dioscuri.

«Discettavano di gamberoni flambè, grandi piatti. E una volta, di fronte a un menu troppo raffinato, Parise chiese al cameriere un brodo col pane secco. Era un pauperista, aveva case ovunque, ma lodava la povertà. Infatti, nei suoi ultimi dieci anni s’innamorò di Omaira, giovane figlia del fabbro di Salgareda, un paesino del padovano dove s’era comprato una casetta minuscola nei boschi. I miei Dioscuri non hanno mai pagato il conto. Moravia, in particolare, era braccin curt. Credo saldasse tutto Gancia, non gliel’ho mai chiesto. Non avevo una lira, ma vivevo da miliardaria».

Fu a causa del «braccin curt» che lei litigò con Moravia.

«Mi avevano fatto delle foto per Amica e io chiesi di far scrivere l’articolo a lui. Dopo un po’, apro Amica e lui aveva scritto anche per Marta Marzotto. Protesto e lui risponde che Marta gli aveva regalato uno stereo bellissimo. Raccontai questa storia in giro, indignata, e si offese. Poi Alain Elkann fece da paciere».

Lei non piaceva a Elsa Morante, la prima moglie di Moravia.

«La prima volta che mi vide, esclamò: “Tutta qui questa gran bellezza!”. Un’altra, urlò che andavo solo su giornalacci. Era scorbutica, ma se la conoscevi era capace di poesia e di trasporto. Però sono stata più amica delle altre donne di Alberto: Dacia Maraini e Carmen Llera».

Carmen Llera sa che in questo libro lei scrive che Moravia la sposò per noia?

«Non so se l’ha letto, ma andò così. Erano seduti sul divano, zitti da ore. “Ci sposiamo?”. “Sì”. Me l’ha raccontato Raffaele La Capria. Ma Alberto l’amava moltissimo. I loro lunghissimi silenzi erano il loro modo d’intendersi».

I suoi Dioscuri scrissero anche due odi di accompagnamento al suo servizio sexy su Playmen.

«Mi avevano offerto la copertina, i soldi mi facevano comodo, ma dissi ai due che mia madre si sarebbe ammazzata dalla vergogna. Così, loro proposero le due lettere da intellettuali per nobilitare l’operazione. Dopo, incontrai Eugenio Scalfari in aereo. Era schifato: “Ma questi due grandi scrittori non hanno niente di meglio da fare?”».

Il suo grande amore di gioventù è stato l’artista Franco Angeli?

«L’ho amato di un amore folle. Così folle che, per procurargli la droga, ho fatto di tutto. Compreso prostituirmi» (sotto, dall’archivio Rcs, Marina giovanissima con l’artista Franco Angeli).

In che senso «prostituirsi»?

«Mi sono fatta pagare, ma era un ragazzo giovane e bello. Siamo stati insieme due volte e, facendo la spiritosa, gli ho detto a brutto grugno “mo’ mi paghi”. E lui pagò: cinque milioni di lire».

Chi era?

«È famosissimo, non posso dirlo».

Fornisca indizi.

«Era un costruttore. Biondo, riccio, occhi celesti, miliardario. Di recente è stato in galera. Ci scherziamo ancora, su quei cinque milioni».

Con Franco Angeli erano botte continue.

«Ogni tanto, uscivo di casa con un occhio nero. Una volta, quasi mi strangolò. Rimasi senza voce per una settimana. E un giorno, a tavola, ci stavamo picchiando davanti a Carmelo Bene, impassibile. Continuavo a ripetere “Carmelo, fai qualcosa”. E lui niente. Finché, si alzò e mi rovesciò in testa il piatto di uova che stava mangiando».

Anche Bene aveva il suo carattere.

«La sua Lydia Mancinelli era disperata. La tradiva sempre e una volta lui rischiò il duello con Lilio Ruspoli».

Lei le ha viste tutte.

«Eravamo a Cortina a colazione al Posta. Il principe Ruspoli era al tavolo vicino. Carmelo gli diede del fascista. Al che, Lilio, lo sfidò a duello» (sotto, la copertina di Colazione al Grand Hotel, Mondadori, appena scritto da Marina Ripa di Meana e un suo ritratto, LaPresse).

Si scherzava.

«Macché, la sera Carmelo telefonò per comunicargli che accettava. Per arma, la pistola».

E il duello ci fu?

«No, perché io piansi e li implorai talmente disperata che desistettero».

Tornando a Franco Angeli, la lite più accesa?

«Quando mi fece cascare in un burrone di dieci metri. Eravamo in giardino. Stringeva in pugno una pistola».

Anche lui con la pistola.

«Io indietreggiavo, indietreggiavo e cascai di sotto. Mi salvarono i rovi. Poi, suo fratello Otello».

Una vita d’inferno.

«Era drogato perso. La paura più grande fu quando Renato Guttuso lo trovò in casa in overdose da eroina. Io ero a Cortina, tornai di corsa con un aereo privato messo a disposizione da un pretendente. Gliel’ho già detto che non ci sono più gli uomini che fanno tutto per le donne?».

L’ha detto.

«Franco stava morendo. Si salvò, ma dovevo salvarmi io» (sotto, dall’archivio Rcs, Marina ritratta a Leningrado da Franco Angeli negli anni ‘60).

Era di Angeli il bambino che, una volta, ha raccontato di aver abortito?

«Sì, era di una persona drogata all’ennesimo livello, che non poteva offrirgli un futuro. Fu la scelta più orribile della mia vita».

Come si salvò da Angeli?

«Me lo domando ancora. Ho sniffato anche l’eroina, una o due volte, solo per capire che significava drogarsi e poterlo aiutare meglio. Per fortuna, la droga non faceva per me. Il mio Caronte che mi traghettò fuori da quella relazione fu il giornalista Lino Jannuzzi. Quando Franco si vide tradito, mi lasciò».

Sovrapposizioni sentimentali ne ha avute parecchie.

«Sull’Appia Antica, per un periodo, abitò anche Roman Polanski. Girava What? con Romy Schneider. Avemmo un flirt, non ne ho un ricordo speciale. In quel periodo avevo una storia più intensa con il produttore Bob Evans, anche lui di stanza provvisoria a Roma. I due erano amici, si scazzarono. Roman era geloso, lo lasciai».

È vero che Evans la voleva protagonista di Love Story?

«Rifiutai perché non volevo andare in America. Pensi che scema…».

Si è pentita?

«Mai. Lo racconto ridendo. Ho fatto cinema solo una volta, Assassinio sul Tevere, nel 1979, regista Bruno Corbucci. Rabbrividisco al pensiero. Non sono fatta per essere comandata. Il mio cinema è la vita che vivo».

Gianni Agnelli diceva che lei era la donna più bella del mondo.

«Non mi piaceva. Mi faceva orrore il suo cinismo esagerato. Come ha scritto Pietro Citati, di lui passerà alla storia che metteva l’orologio sul polsino».

Ma la corteggiava?

«Direi di sì. Un giorno, passò da casa mia. Forse sperava in una sveltina, mi trovò a letto con lo scultore Eliseo Mattiacci e l’artista Gino De Dominicis. Disse: “Siamo già in troppi”, e se ne andò».

Che ci faceva a letto con due uomini?

«Nella mia scapestrataggine, ho avuto anche questo amore a due. Il sodalizio prevedeva che non ci dovessimo dividere mai. Andavo a prendere mia figlia Lucrezia a scuola o il tè da Babington ed erano sempre tutti e due con me».

Altri corteggiatori respinti?

«Vittorio Gassman. Ero una ragazza indomita, amavo divertirmi e lui mi diceva “sei un’ignorante, non andare a ballare, vieni con me che t’insegno…”. Un giorno, in macchina, in Piazza del Popolo, lo feci fermare, scesi, lo presi a calci e lo mandai a quel paese. Troppo gigione, troppo “t’insegno la vita”» (sotto, un ritratto recente di Marina dell’agenzia LaPresse).

Ho letto che un altro respinto è stato Alberto Sordi.

«Falso. Non gli sono mai piaciute particolarmente le donne. Lo feci accompagnare da un’amica bellissima a ritirare un premio e lui prese stanze separate. La mattina, riportandola a Roma, si fermò in autogrill per chiamare la sorella Aurelia: “Aho’, butta la pasta, sto tornando”. Poi, abbiamo litigato per la sua tirchieria e non l’ho più visto».

Anche Sordi era tirchio?

«Mi offrì una parte nel Tassinaro e mi voleva gratis. Mi rifiutai e mi tolse il saluto».

Con Marta Marzotto che rapporto ha avuto?

«Ci siamo volute bene e abbiamo tanto litigato. Però era generosissima. Mi prestò una croce di diamanti importanti per un servizio fotografico e me la rubarono. Ero disperata e lei “ma lascia perdere, sono piena di gioielli!”».

Perché litigavate?

«Perché è stata generosa e travolgente, ma ha sempre voluto primeggiare, era tutto “io io io… Io ho i figli più belli, le marmellate più buone, gli uomini più belli”. Quando ci vedevamo, le dicevo “ecco io io io! Abbracciami!”. Poi, è invecchiata male, negli ultimi anni, ha fatto sceneggiate a tutte le amiche ed è finita a frequentare soprattutto i Flavio Briatore e altra gente coi soldi. La differenza fra me e lei è che io i soldi non li ho mai guardati. Sono stata con Angeli e non avevamo una lira, io vendevo un vestito, lui in quadro e passavamo a saldare i conti. Morirò povera, non ho mai accumulato. Per me, non potrà esserci il sussidio Bacchelli che va agli artisti, ma qualcuno dovrà inventarsi un “Elargelli”… In fondo, ho vissuto molto di elargizioni».

A proposito. Nel libro c’è un tavolo che le regalarono tre fidanzati ognuno convinto d’averlo pagato da solo, ma lei si era intascata i soldi in eccesso. Chi erano i tre?

«Lino Jannuzzi, Roberto Gancia e forse Franco Angeli. L’avevo chiesto a tutti e tre per un compleanno, e avevo detto di mandare l’assegno alla segretaria. Goffredo Parise lo battezzò “il tavolo uno e trino”».

Quando si è state travolgenti come lei e Marta Marzotto, si rischia d’invecchiare male per via della bellezza che se ne va?

«Non Marta, che se n’è sempre fregata. Credo che lei sia invecchiata male per la delusione di essere stata tradita dai tre uomini che ha amato, il marito, Guttuso, Lucio Magri. L’hanno tradita e le hanno voltato le spalle. Dopo, non è stata più la stessa».

Qualche anno fa, suo marito fece un pubblico appello chiedendole di smettere con i lifting.

«Davvero? Non me lo ricordo».

È stato da George’s, a Roma, dietro Via Veneto, alla presentazione del suo libro Lettere a Marina. Anno 2006.

«Può essere. Ma io ho fatto solo un mini lifting al collo, a Parigi, a 55 anni. E mi sono limata un dente lungo che piaceva molto a Goffredo Parise. Lo chiamava “il bel dentino”. Ora vorrei farmi di tutto, ma a causa cancro, non posso, non mi è permessa neanche una punturina» (sotto, nella foto Ansa, Marina e Carlo Ripa di Meana al Festival di Venezia 2003).

Che cosa ha fatto quando ha scoperto di essere malata?

«Ho deciso di gettarmi nel Tevere. Mi salvò Umberto Veronesi, l’ultimo grande che se n’è andato. Mi telefonò mentre stavo per uscire e mi disse che potevo farcela. E non mi buttai anche perché l’idea di me che galleggiavo cadavere fra le carogne dei gatti era insopportabile. Forse, non mi sono suicidata per vanità».

Lei è celebre per le liti e i gesti eclatanti. Era davvero pipì quella che rovesciò addosso a Vittorio Sgarbi, reo di aver bocciato l’esposizione di una sua foto?

«Certo, piscio d’artista, il mio. Poi abbiamo fatto pace. Anche lui, come me, dimentica tutto».

Tirò una torta in faccia a Maurizio Costanzo e un bicchiere d’acqua in testa ad Anna Falchi.

«Con Costanzo non ricordo più il motivo. Non era stato simpatico con me, c’era una torta a portata di mano. Anna mi aggredì nel foyer di un teatro per qualcosa che avevo detto su suo marito Stefano Ricucci, ma visto com’è finito male Ricucci, credo che oggi, ripensando a quella lite, Anna mi dia ragione».

Litigò con Fabrizio Corona nel reality La Fattoria. Crede che si meriti il carcere?

«Ero amica di suo papà e lo sono di sua mamma. Credo che vada curato, invece, così come va curato Lapo Elkann. Nessuno dei due è cattivo».

È vero che, una volta, davanti al presidente francese Jacques Chirac, ruppe la tibia a Carlo Ripa di Meana, che oggi è suo marito?

«Verissimo. Erano a un’inaugurazione al Centre Beaubourg, a Parigi. Carlo mi aveva detto “non venire, che vieni a fare?”. Nei nostri primi cinque anni, continuava a stare anche con Gae Aulenti. Vado di nascosto e capisco che c’era Gae. Al che, gli ho tirato un calcio madornale. Con Gae ho fatto quattro anni di lotte».

Che cosa aveva Carlo da meritare questa gara?

«Era talmente bello e intelligente che non poteva esserci di meglio. E faceva la Biennale del Dissenso, era sempre circondato da artisti».

Perché lo chiamava Orgasmo da Rotterdam?

«Lo chieda alle donne che gli entravano dalla finestra. A Venezia, aveva una casa col patio, scavalcavano e gli s’infilavano nel letto. Era più bello di Robert Redford e intelligentissimo» (nella foto Ap, il matrimonio religioso di Carlo Ripa di Meana e Marina Ripa di Meana nel 2002).

Davvero ora vivete in castità, come lei ha dichiarato?

«La passione è durata quello che dura la passione. E inorridisco all’idea di due corpi flaccidi che fanno l’amore».

A lui è stata fedele?

«Quando fai indigestione di sesso, scopri che nella vita esistono cose più importanti. E, da quando lo conosco, non ho mai visto nessuno di meglio in giro».

Perché avete adottato Alessandro, il vostro assistente?

«Perché ci sta vicino da 25 anni con affetto sconfinato. All’inizio, mia figlia Lucrezia non capiva, ora è serena. Anche perché con lui che mi aiuta in tutto e mi accompagna ovunque, non sono mai un peso per lei».

Che cosa ha imparato nei suoi primi 76 anni?

«Che tutto può succedere, che non bisogna mai giudicare. E che conviene essere veri, anche se è scomodo» (sotto, nella foto dall’archivio Rcs, Marina con i suoi quattro carlini nella sua casa romana, nel 2004)

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